Gli studi professionali dovrebbero prevedere un periodo di distacco in azienda per tutti i loro collaboratori?

Gli studi professionali dovrebbero prevedere un periodo di distacco in azienda per tutti i loro collaboratori?

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Negli studi professionali il tema del secondment, ossia il periodo di distacco temporaneo presso un’azienda cliente, suscita spesso interpretazioni differenti. Alcuni lo considerano un’opportunità di sviluppo professionale, altri lo percepiscono come una soluzione operativa legata a esigenze contingenti.

Questa ambivalenza deriva anche dal modo in cui lo strumento viene utilizzato nella pratica. In molti casi il secondment nasce come risposta a una richiesta immediata del cliente e viene gestito come una soluzione organizzativa pensata per risolvere una necessità circoscritta.

Una lettura di questo tipo tende tuttavia a ridurre la portata dell’esperienza, trascurando alcune implicazioni che riguardano non soltanto il rapporto con il cliente, ma anche il percorso professionale delle persone coinvolte.

Un equilibrio tra vantaggi e timori

Quando uno studio valuta la possibilità di inviare una propria risorsa presso un cliente, spesso prende forma un bilanciamento tra benefici immediati e possibili rischi.

Tra i vantaggi vengono generalmente considerati il consolidamento della relazione con il cliente, l’opportunità di sviluppare nuovi incarichi di consulenza o la possibilità di rafforzare collaborazioni professionali già avviate. Il secondment può diventare anche uno strumento di collaborazione tra studi o tra diversi dipartimenti professionali.

Accanto a questi elementi emergono però anche alcune preoccupazioni. Lo studio deve fare a meno di una risorsa per un certo periodo di tempo, con la possibilità che l’esperienza in azienda apra nuove prospettive professionali per la persona coinvolta.

Questa dinamica porta talvolta a un approccio prudente nella scelta della risorsa da inviare.

Quando il secondment diventa una soluzione di staff

In molte situazioni il secondment viene gestito come una soluzione di staff, ossia come una risposta operativa a una richiesta del cliente.

In questa prospettiva lo studio cerca di ridurre l’impatto organizzativo della scelta. Può decidere di inviare una figura ancora junior oppure di limitare l’esperienza a un periodo breve o a un impegno parziale.

Una soluzione di questo tipo può rispondere a esigenze immediate e risultare pienamente legittima dal punto di vista organizzativo. Tuttavia tende a non valorizzare pienamente le potenzialità dello strumento.

L’esperienza rischia infatti di non diventare davvero significativa né per il professionista né per il dipartimento aziendale che lo accoglie.

Gli stakeholder coinvolti

Il secondment coinvolge almeno tre soggetti che hanno interessi differenti: lo studio professionale, il professionista e il dipartimento aziendale che ospita la risorsa.

Quando l’esperienza viene progettata con una logica esclusivamente operativa, le aspettative di questi soggetti rimangono spesso in secondo piano. Il professionista può percepire l’esperienza come poco valorizzata dallo studio, mentre il dipartimento aziendale può faticare a integrare pienamente una figura percepita come temporanea.

Questa dinamica riduce la possibilità che l’esperienza produca benefici duraturi per tutte le parti coinvolte.

L’esperienza aziendale come passaggio formativo

Guardare al secondment in una prospettiva più ampia consente di cogliere alcune dimensioni formative particolarmente rilevanti.

L’esperienza in azienda espone il professionista a ritmi di lavoro, linguaggi e modalità decisionali differenti rispetto a quelli dello studio professionale. Questo confronto diretto può favorire lo sviluppo di competenze che risultano difficili da acquisire esclusivamente all’interno dello studio.

Tra queste competenze rientrano la gestione dei progetti, il lavoro in team multidisciplinari, la comunicazione con interlocutori aziendali e la capacità di comprendere le priorità operative dell’impresa.

Questi elementi contribuiscono a rendere il professionista più consapevole delle esigenze dei clienti.

Un passaggio culturale

L’esperienza di secondment comporta spesso anche una transizione culturale. Il professionista entra in contatto con logiche organizzative diverse e con modalità di collaborazione che possono differire sensibilmente da quelle dello studio.

Questa esposizione permette di comprendere più da vicino il contesto nel quale le imprese prendono decisioni e gestiscono le proprie attività.

Una volta rientrato in studio, il professionista porta con sé una conoscenza più concreta delle dinamiche aziendali e può tradurre questa esperienza in un modo diverso di interpretare il proprio ruolo di consulente.

Il rapporto con i giovani professionisti

Il tema del secondment assume una rilevanza particolare anche nel rapporto con le nuove generazioni di professionisti.

Negli ultimi anni molti studi professionali hanno osservato una crescente difficoltà nell’attrarre e trattenere talenti, soprattutto in un contesto in cui l’azienda rappresenta un’alternativa professionale percepita come interessante da molti giovani.

Offrire esperienze che consentano di conoscere da vicino il mondo dell’impresa può contribuire a rendere il percorso professionale in studio più articolato e ricco di opportunità.

Questa prospettiva richiede tuttavia una riflessione su come progettare il secondment in modo coerente con lo sviluppo delle persone.

Preparare l’esperienza

Affinché il secondment diventi un’esperienza significativa è importante dedicare attenzione alla preparazione del professionista e alla definizione delle aspettative reciproche.

Lo studio può chiarire quale valore attribuisce a questa esperienza e quale ruolo può avere nel percorso di crescita della persona coinvolta. Allo stesso tempo può essere utile comprendere con maggiore precisione le esigenze del cliente e il contesto organizzativo nel quale il professionista si troverà a operare.

Questa preparazione contribuisce a evitare che il professionista venga lasciato senza riferimenti o senza obiettivi chiari durante l’esperienza.

Un investimento condiviso

Quando il secondment viene progettato con attenzione, può trasformarsi in un investimento condiviso tra tutte le parti coinvolte.

Lo studio può rafforzare la relazione con il cliente e sviluppare competenze interne più aderenti alle esigenze delle imprese. Il professionista può ampliare il proprio bagaglio di esperienze e acquisire nuove prospettive sul proprio lavoro. Il dipartimento aziendale può beneficiare del contributo di una figura che porta con sé competenze tecniche e un punto di vista esterno.

In questa prospettiva il secondment smette di essere percepito come una soluzione temporanea o come una semplice voce nel curriculum.

Può diventare uno strumento attraverso il quale studio, professionista e azienda costruiscono una collaborazione più consapevole e orientata nel tempo.

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