Stima al ribasso
Nel Decreto Sicurezza approvato al Senato è stata inserita una misura che prevede un incentivo economico per l’avvocato che convinca il proprio assistito ad aderire al rimpatrio volontario. Secondo quanto riportato dalla stampa, la norma consentirebbe al Ministero dell’Interno di stipulare accordi anche con il Consiglio nazionale forense, che ha dichiarato di non essere stato informato e ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni coinvolgimento.
Il tema supera la misura in sé, perché tocca la relazione tra avvocato e assistito: un terreno nel quale fiducia, indipendenza e autonomia di giudizio assumono un ruolo essenziale. Quando una previsione normativa collega un incentivo economico all’adesione a una determinata scelta, si apre una questione che riguarda anche l’immagine della funzione difensiva nello spazio pubblico.
Il valore della difesa nel rapporto con l’assistito
Intorno alla professione forense circolano da tempo rappresentazioni semplificate: l’avvocato interessato al compenso prima che alla tutela, il professionista orientabile attraverso una convenienza economica, la difesa come attività trattabile. Quando una misura pubblica sembra appoggiarsi a questo immaginario, il rischio riguarda la dignità della professione e la qualità del rapporto fiduciario con chi riceve assistenza legale.
L’avvocato opera dentro una relazione nella quale la persona assistita deve poter confidare in una valutazione autonoma, indipendente e orientata alla tutela della sua posizione. Qualsiasi incentivo collegato all’adesione a una determinata scelta può introdurre un elemento di ambiguità, soprattutto quando quella scelta riguarda situazioni personali, amministrative e giuridiche particolarmente delicate.
Pregiudizi, istituzioni e responsabilità
La questione riguarda anche il modo in cui le istituzioni considerano il ruolo dell’avvocatura. Una cifra contenuta può assumere un significato simbolico rilevante, quando sembra attribuire un valore economico alla disponibilità del difensore a orientare la decisione dell’assistito.
Le professioni vivono anche della reputazione che le circonda. Nel caso dell’avvocatura, i luoghi comuni sul denaro e sulla convenienza rischiano di oscurare la funzione pubblica della difesa e la responsabilità che accompagna ogni scelta professionale. Per questo, misure di questo tipo richiedono un confronto particolarmente accurato, capace di distinguere tra esigenze amministrative, tutela delle persone coinvolte e rispetto dell’autonomia professionale.
Quando una norma sembra trasformare un pregiudizio in criterio operativo, la questione diventa più ampia del singolo importo previsto. Entra in gioco l’idea stessa di avvocato che si intende riconoscere: professionista indipendente, presidio di fiducia e garanzia nel rapporto con l’assistito, oppure figura suscettibile di orientamento attraverso un incentivo economico.
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