Il paradosso del Counsel
Una promozione senza leve
In teoria, la qualifica di Counsel dovrebbe rappresentare un passaggio di consolidamento e un trampolino verso la partnership. In molti studi, però, assume i tratti di una posizione ibrida: riconoscimento formale, aspettative elevate, strumenti limitati.
Al Counsel si chiede produzione, fatturazione, visibilità. Si chiede di dimostrare visione strategica e capacità di sviluppo. Eppure, spesso mancano leve strutturali: un team dedicato, un budget, uno sponsor interno, accesso autonomo a clienti selezionati, affiancamento su posizionamento e business development. Il risultato è una prova di maturità condotta “a mani nude”, in un perimetro che non sempre abilita davvero la crescita.
Trattenere o far avanzare?
Il titolo nasce, talvolta, più come strumento di retention che come reale anticamera della partnership. In questo equilibrio fragile, il Counsel rischia di restare in una zona di competizione interna intensa: confrontandosi con salary partner, managing associate, senior di altre practice, in una piramide che si è progressivamente rovesciata.
Il tempo assegnato per dimostrare di meritare il passo successivo diventa una variabile decisiva. Tre anni possono essere un orizzonte di costruzione o un conto alla rovescia. La questione, allora, non riguarda solo la performance individuale, ma la coerenza del modello organizzativo. Se la posizione non abilita davvero autonomia, responsabilità e leve di sviluppo, il rischio è produrre professionisti esperti senza spazio reale di avanzamento.
La domanda resta aperta: chi sarà ancora in studio tra cinque anni?
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