Lateral hire e aggregazioni negli studi legali
Crescere non è sommare
Settembre è la stagione degli annunci: nuovi ingressi, aggregazioni, comunicati che parlano di crescita e rafforzamento del posizionamento. Sulla carta l’operazione è lineare: ampliare il portafoglio, ripartire i costi, attrarre nuovo lavoro. In realtà, gli studi professionali non dispongono di un capitale patrimoniale statico; la loro continuità dipende dalla capacità di generare profitto, mantenere coesa una squadra leale e preservare la fiducia dei clienti.
Quando un lateral hire o una fusione vengono concepiti come semplici operazioni di portafoglio da assorbire, i primi smottamenti non tardano a emergere.
Gli obiettivi che disallineano
Al nuovo team vengono assegnati obiettivi ambiziosi, spesso senza un reale sostegno interno e senza un disegno di integrazione che tenga conto delle criticità pregresse. Parallelamente, chi era già nello studio non sempre intravede un beneficio concreto dall’operazione.
Il risultato è un intreccio confuso di prassi e priorità. Ogni gruppo, nel tentativo di dimostrare indispensabilità, tende a sovrapporsi all’altro. La continuità operativa si indebolisce, la tensione cresce e la coesione non si consolida. Nel breve periodo può emergere un vantaggio economico; nel medio, si rischia di perdere risorse da entrambe le parti.
La crescita come processo
Che qualche masso cada è fisiologico in ogni progetto di espansione. Il problema non è l’aggregazione in sé, ma la gestione dell’integrazione. La crescita non si esaurisce nell’ingresso di nuove risorse: richiede un lavoro strutturale per evitare che si stacchino fronti essenziali alla tenuta complessiva dello studio. Senza questo presidio, l’operazione resta un episodio, non un consolidamento.
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